giovedì 9 maggio 2019

GIUDA ISCARIOTA E GESU'




Akèldama. Il campo di Giuda
Fulvio Canetti
Prefazione di Sergio Magaldi
Postfazione di Edoardo Recanati
Tipheret euro 10


“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio” Albert Einstein


E’ rivolto ai pellegrini di Terra Santa l’ultimo lavoro che Fulvio Canetti, medico-chirurgo proveniente da una famiglia di origini sefardite, dedica a Giuda Iscariota, uno dei dodici discepoli che secondo la versione dei vangeli Sinottici tradì Gesù per trenta denari e per questo passato alla storia come l’uomo simbolo del tradimento. Se nel precedente saggio “Amare Israele” l’autore, sulla base dello studio di testi canonici e cristiani, confuta la tesi infondata del “deicidio” di Gesù che secondo gli evangelisti sarebbe da ascrivere agli ebrei, in quest’ultima opera pubblicata dalla casa editrice Tipheret con il titolo “Akèldama” (termine aramaico per “campo di sangue”) analizza con rigore storico la figura di Giuda, il cui nome significa lode mentre per Iscariota si intende uomo di Kariot, un villaggio situato nelle vicinanze di Gerusalemme. Personaggio chiave per la comprensione della storia di Gesù accaduta a Gerusalemme durante il governo di Ponzio Pilato, uomo spietato e non debole o opportunista come ritratto dagli evangelisti, Giuda, additato nel corso dei secoli come il paradigma del popolo ebraico, rappresenta agli occhi degli antisemiti il trait d’union fra il deicidio operato dagli ebrei e l’immagine dell’ebreo falso e traditore. Uno stereotipo che alimenta pregiudizi in ambito cristiano e non solo duri a morire. Tuttavia il ritrovamento del vangelo di Giuda negli anni Settanta e la successiva pubblicazione nel 2006 - la cui importanza storica è enorme perché oltre ai rapporti fra Giuda e Gesù getta luce sugli sviluppi delle Comunità cristiane, prima sconosciuti – ha contribuito a riconsiderare la figura del tesoriere tra gli apostoli di Gesù. Chi era dunque Giuda Iscariota? Partendo dalla prospettiva dell’innocenza di Giuda l’autore offre al lettore uno spaccato storico minuzioso della vita dell’uomo che Gesù scelse come tesoriere “per la sua ponderatezza e capacità nell’amministrare il denaro comune”, del legame con il Maestro, dell’ambiente in cui è vissuto, del suo percorso umano e politico, del presunto tradimento e della sua morte restituendoci l’immagine di un personaggio ben diverso da quello ritratto dagli evangelisti, accolto e propagandato dal mondo cristiano. Giuda che amava profondamente Gesù lo convinse a salire a Gerusalemme per affrontare il potere politico-religioso che calpestava la libertà in modo che il popolo lo acclamasse Messiah, trovando così il movente per ribellarsi a Cesare. Come ricostruisce Canetti il piano di Giuda, concordato con il suo stesso Maestro, consisteva nel far sì che Gesù venisse arrestato nel giorno precedente la Pasqua ebraica quando molti pellegrini ebrei confluivano a Gerusalemme per celebrare la festività e che il popolo, a quel punto, insorgesse contro Roma e la classe sacerdotale corrotta e collaborazionista. Un disegno utopico, un atto di sfida che portò alla sconfitta totale. L’ingenuità di Giuda - che aveva in comune con Gesù la militanza zelota e che lo aveva portato a credere che il popolo guidato da un capo carismatico come Gesù si sarebbe ribellato ai Romani - fu anche l’origine del rimorso che lo indusse al suicidio nel campo del Vasaio, consapevole di aver provocato la morte del Maestro. Dopo un accurato quadro storico analizzando la figura di Giuda nell’immaginario cristiano l’autore argomenta come le allusioni alla cupidigia e all’avarizia di Giuda, identificato dai padri della Chiesa con i Giudei, abbiano creato nella mente dei fedeli cristiani uno stereotipo ebreo che sarà il motore principale dell’antisemitismo fino ai giorni nostri. Canetti prosegue con una riflessione originale sul rapporto fra messianesimo zelota del tempo di Gesù e moderno messianesimo laico noto come Sionismo evidenziando un programma comune seppur con esiti diversi: “il messianesimo sionista, razionale-laico, nonostante il contrasto con gli ambienti religiosi ha conseguito il successo politico di ricostruire la Nazione ebraica, mentre il messianesimo dei zeloti, a causa della sua tenace utopia, ha ignorato i rapporti di forza esistenti, conducendo Gesù sulla croce…”. Solo verso la metà del XIX secolo, Giuda si emancipa dai Vangeli canonici per la progressiva separazione fra Chiesa e Stato venendo tuttavia “riciclato nella dimensione dell’antisemitismo razziale, che conquisterà tutta l’Europa”. Nel capitolo “Ripensare Giuda” rivolgendosi direttamente al pellegrino che visiterà Israele non manca un interessante richiamo all’attualità. Ricordando la visita del 2014 di papa Bergoglio l’autore stigmatizza il silenzio del pontefice sul terrorismo arabo sdoganato con la sua visita pastorale a Betlemme alla barriera difensiva eretta da Israele e sulla precarietà della vita dei cristiani nei territori palestinesi. Canetti conclude questo capitolo auspicando che il pellegrino in visita in Terra Santa possa trarre dal suo studio su Giuda una valutazione scevra da pregiudizi e una conoscenza storica più corretta di questo personaggio biblico perché, scrive l’autore – “Ogni cristiano dovrebbe benedire il tradimento fraterno di Giuda, in quanto preludio alla realizzazione delle potenzialità messianiche, presenti nel messaggio ebraico di Gesù. La vita di Giuda era legata a quella del suo Maestro-Rabbino, che trovò la morte sulla croce di Roma, perché acclamato dal popolo Messiah Re d’Israele. Due ebrei zeloti lasciavano il mondo, sconfitti nelle loro aspirazioni di libertà”. Corredato dal Vangelo di Giuda, con un esaustivo commento, e da un’interessante indagine statistica sul personaggio di Giuda Iscariota effettuata sia in ambito ebraico che cristiano, il saggio di Fulvio Canetti è uno studio prezioso che illuminando la figura di questo personaggio biblico, per molti ancora controverso, ci offre un’opportunità unica per liberare la mente dai pregiudizi, dall’odio verso il popolo ebraico e la loro Patria e, attraverso la conoscenza, “far vincere la verità sull’invenzione malintenzionata che vuole, in definitiva, la sparizione dalla storia del Popolo Eletto”. Non possiamo dimenticare che senza la reiterata propaganda del tradimento di Giuda e della falsa accusa di deicidio, messa in atto dalla narrazione antigiudaica del cristianesimo, l’odio antisemita che ha invaso tutta l’Europa dall’800 in poi non avrebbe trovato un terreno tanto fertile per opprimere e perseguitare con ogni mezzo il popolo ebraico.



Giorgia Greco [Recensione pubblicata il 9 maggio 2019 su www.informazionecorretta.com ]


mercoledì 8 maggio 2019

SOCIALISMO LIBERALE E DEMOCRAZIA, parte II





Testo della relazione presentata al Convegno organizzato il 3 maggio 2019 dal Comune di Milano e dal Movimento Roosevelt:

“Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli e Thomas Sankara e contro la crisi della democrazia in Italia, Europa, Africa e a livello globale”


SEGUE DA:



Il Primo Manifesto del Liberalsocialismo esordisce rivendicando a proprio fondamento il concetto della “della ragione ideale, che sorregge e giustifica tanto il socialismo nella sua esigenza di giustizia quanto il liberalismo”, per poi continuare, in 12 strabordanti paragrafi, con l’approfondire il senso di questa ragione ideale:

“Questa ragione ideale coincide con quello stesso principio etico, col cui metro, in ogni passato e in ogni avvenire, si è sempre misurata e si misurerà sempre, l’umanità e la civiltà: il principio per cui si riconoscono le altrui persone di fronte alla propria persona, e si assegna a ciascuna di esse un diritto pari al diritto proprio. Nell’ambito di questa universale aspirazione etica, liberalismo e socialismo si distinguono solo come specificazioni concomitanti e complementari.
Così il liberalismo vuole l’uguaglianza e la stabilità dei diritti e delle leggi, senza distinzioni dipendenti da religione, razza, casta, censo, partito; vuole la derivazione di ogni norma giuridica dalla volontà dei cittadini, espressa secondo il principio della maggioranza; vuole l’ordinata partecipazione dei cittadini al governo, comunque specificato, delle cosa pubblica; vuole la libertà di pensiero, di stampa, di associazione, di partito, quale fondamento dell’esercizio del reciproco controllo e dell’autogoverno, e quale premessa e manifestazione a un tempo di ogni perfezionamento del costume politico; vuole la libertà di religione, che permetta ad ognuno di adorare in pace il suo Dio. Parallelamente, il socialismo vuole che nella coscienza morale degli uomini s’impianti energicamente il principio, che, anche sul piano della ricchezza, l’ideale è quello cristiano e mazziniano della giustizia e dell’uguaglianza[…]”


La critica del socialismo scientifico e del revisionismo marxista

Diversamente da un discorso basato unicamente sugli ideali, Carlo Rosselli muove da un presupposto che troverà rispondenza nel secondo comma del terzo principio fondamentale della Costituzione italiana del 1948[1], ancorché se ne attenda ancora la sua concreta attuazione. Egli afferma che “La libertà non accompagnata e sorretta da un minimo di autonomia economica, dalla emancipazione dal morso dei bisogni essenziali, non esiste per l’individuo, è un mero fantasma[2]. La conseguenza è che il movimento socialista è l’erede concreto del liberalismo, il suo punto di approdo, la sola forza pratica capace di realizzarne compiutamente i principi.

Carlo Rosselli giunge alla formula del socialismo liberale, dopo un’attenta analisi critica sia del socialismo scientifico che del revisionismo marxista di destra e di sinistra. Del primo sottolinea l’insanabile contraddizione tra determinismo e volontarismo: l’impossibile conciliazione tra la fatalità del crollo del capitalismo e la teoria della lotta di classe, intesa come la guerra costante che il proletariato organizzato deve condurre contro la borghesia.
Del secondo, contesta il progressivo svuotamento della dottrina marxista: da destra, col rifiutare la teoria del valore, il materialismo storico, la necessità dell’avvento del socialismo  e persino la lotta di classe e, nel riproporre “la natura e le tendenze spirituali dell’uomo”, con il risultato di cancellare per sempre la soluzione socialista e di trasformare di fatto il revisionismo marxista in un neoliberalismo; da sinistra, nel puntare tutto sulla volontà e sull’attivismo della classe operaia.

Ciò non significa, d’altra parte, l’accantonamento di Marx:

Al contrario – osserva Carlo Rosselli - Nessuno può sognarsi di patrocinare un totale quanto assurdo rinnegamento di Marx, per un ritorno all’utopismo, o a correnti solidaristiche, o a teorie storiografiche, giustamente obliate per il loro formalismo. L’esperienza secolare del moto proletario non si cancella. Il figlio si emancipa, ma non può rinnegare il proprio padre […] In fondo il più vero trionfo di Marx sta proprio qui: nell’aver permeato del suo pensiero, del suo prepotente realismo tutta quanta la scienza sociale moderna […] Fatte le debite proporzioni, si può dire che egli occupi nella scienza sociale il posto di Kant nella filosofia. Come dopo Kant, così dopo Marx talune posizioni sono superate per sempre e l’indirizzo degli studi subisce una svolta decisiva. Ma c’è più uno storico che possa scrivere di storia senza tener sempre presenti e le forme della produzione, e il grado della tecnica, e i rapporti economici, e la struttura della classe; cioè senza rintracciare, oltre gli aspetti politici, morali,religiosi, quella che Marx chiamava la struttura economica? E c’è più un politico che possa prescindere dalla sua visione realistica e dialettica della vita sociale, e veramente illudersi di chiudere, col sussidio di declamazioni solidaristiche e di repressioni poliziesche, le cateratte della lotta o delle lotte di classe? […] Il problema vero per i socialisti non consiste dunque nel rinnegare Marx, ma nell’emanciparsene”[3]


Olof Palme e il Partito Socialdemocratico

La lezione di Carlo Rosselli  sarà raccolta più tardi, in Svezia, dal Partito Socialdemocratico dei Lavoratori [SAP: Socialdemokratisca  Arbetare Partiet], nella persona di Olof Palme, primo ministro dall’ottobre del 1969 all’ottobre del 1976 e, successivamente, dall’ottobre del 1982 al 28 febbraio 1986, cioè fino al giorno in cui fu assassinato.

Molte le illazioni sui mandanti e sulle motivazioni del delitto. Un fatto è tuttavia certo: nessun partito del socialismo liberale europeo ha mai realizzato, nella sua azione di governo, le riforme di cui furono capaci i governi di Olof Palme. Spesso e al contrario, infatti, soprattutto nell’epoca della guerra fredda, le socialdemocrazie europee furono le stampelle dei partiti della conservazione al potere, limitando il proprio ruolo unicamente in funzione antisocialista e anticomunista. E se questo significò per alcuni paesi sottrarsi positivamente alla sfera d’influenza dell’Unione Sovietica dello stalinismo e del post stalinismo, per altri versi comportò, da parte del cosiddetto socialismo democratico, la rinuncia a qualsiasi autentica azione riformatrice, con l’accantonamento delle istanze più avanzate di democrazia sociale ed economica, e la cristallizzazione subalterna della democrazia politica alle segreterie dei partiti.

Olof Palme mostrò invece come il corretto sviluppo del sistema capitalistico non è in contraddizione con l’autentico funzionamento della democrazia rappresentativa, potendone addirittura rappresentare il presupposto. Per contro, quando il capitale entra in crisi, per la minore accumulazione dovuta alla caduta tendenziale del saggio di profitto o per altre cause - come per esempio la crescita abnorme del capitalismo finanziario -  allora, alla distorsione del mercato si accompagna  anche il progressivo svuotamento di significato degli istituti della rappresentanza popolare e la vita democratica di un Paese è sottoposta a limiti e restringimenti.

Naturalmente, c’è anche un altro aspetto nel rapporto tra democrazia ed economia di mercato. Le riforme in senso democratico possono addirittura rivelarsi benefiche per l’andamento del mercato stesso, incentivando i consumi e favorendo la crescita produttiva; quando tuttavia il riformismo pretenda di spingersi troppo oltre, c’è il rischio che entri in conflitto con le esigenze di egemonia del capitale e allora c’è bisogno che in qualche modo sia fermato. Dopo l’assassinio di Olof Palme, che ne è oggi in Svezia del piano Meidner, che coinvolgeva direttamente i lavoratori nella gestione delle imprese, gettando le basi di una futura socializzazione dei mezzi di produzione? 

Olof Palme esordì giovanissimo in politica: segretario del primo ministro Tage Erlander, poi capo di gabinetto, quindi ministro delle comunicazioni  e successivamente ministro dell’educazione. In tale veste, il 24 maggio del ’68 fu invitato a confrontarsi con gli studenti che avevano occupato l’Università di Stoccolma. Nell’occasione, egli ebbe modo di parafrasare lo slogan del maggio francese che da Parigi era rimbalzato in tutte le università occupate del continente: “Siamo realisti: vogliamo l’impossibile!” e Olof Palme lo trasformò in un più realistico: “Il possibile non verrebbe raggiunto se nel mondo non si ritentasse sempre l’impossibile”. E a tale affermazione – divenuto un anno dopo primo ministro – egli si attenne costantemente.

[ S E G U E ]

sergio magaldi



[1] Recita il 2° comma del 3° principio fondamentale della Costituzione italiana: “E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta` e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
[2] Carlo Rosselli, op.cit., p.437
[3] Ibid., pp.419-420

lunedì 6 maggio 2019

SOCIALISMO LIBERALE E DEMOCRAZIA, parte I





Testo della relazione presentata al Convegno organizzato il 3 maggio 2019 dal Comune di Milano e dal Movimento Roosevelt:

“Nel segno di Olof Palme, Carlo Rosselli e Thomas Sankara e contro la crisi della democrazia in Italia, Europa, Africa e a livello globale”



Democrazia ed economia di mercato

Carlo Rosselli, Olof Palme e Thomas Sankara non sono solo accomunati, purtroppo, dall’essere stati assassinati, il primo durante il fascismo, e gli altri due, a breve distanza l’uno dall’altro, quando già si andavano affermando in Europa come in Africa le mutate esigenze del capitalismo: globalizzazione e neocolonialismo. Ciò che li accomuna in positivo è l’aver tentato, talora efficacemente, di coniugare insieme – sia pure in forme e da posizioni diverse – i principi del socialismo e della libertà.

Il tentativo di Carlo Rosselli di prendere le distanze dal socialismo utopistico, dal socialismo scientifico e dal cosiddetto revisionismo, per l’affermazione di un socialismo liberale o etico, come pure le grandi riforme sociali realizzate da Olof Palme e da Thomas Sankara, nella loro attività di governo – rispettivamente in uno stato dei più progrediti dell’Europa del nord e in uno dei più depressi dell’Africa sub sahariana – sono l’esplicito riconoscimento che la democrazia, nella sua concretezza storica di democrazia rappresentativa, si caratterizza per il suo stretto collegamento con l’economia di mercato, rappresentandone addirittura l’antidoto contro ogni possibile forma degenerativa.



Carlo Rosselli e il socialismo liberale

Quando nel 1929, dal confino di Lipari, al quale l’aveva destinato il fascismo, Carlo Rosselli vergò le pagine di Socialismo liberale , non c’è dubbio che fosse in atto, almeno in Italia, una delle peggiori degenerazioni della democrazia e del mercato, con l’abolizione di partiti e sindacati, il partito unico, il corporativismo fascista, l’autarchia economica e la palese violazione dei diritti umani. Fu allora che egli concepì compiutamente l’essenza e il significato del socialismo, inteso essenzialmente come lo sbocco naturale dei principi dell’89, affermatosi in Occidente con il crollo delle vecchie strutture feudali, l’avvento di forme alternative di produzione della ricchezza e la nascita di un nuovo soggetto storico: la classe operaia, potenzialmente rivoluzionaria, come rivoluzionaria era stata in precedenza la borghesia.

Se è vero che la formula del “socialismo liberale” si ispirava a John Stuart Mill (1806-1873), ed era già stata usata da  Françoise Huet in un saggio del 1864 e sei anni dopo dal filosofo Charles Renouvier che aveva contrapposto il socialismo liberale al socialismo collettivista, fu merito soprattutto di Carlo Rosselli averne dissipato la contraddizione apparente dei termini e averne approfondito la natura e il significato.   

Scrive Carlo Rosselli:“La formula socialismo liberale suona all’orecchio di molti, usi alla terminologia politica corrente, come una stonatura. La parola liberalismo ha servito purtroppo a contrabbandare merci di così varia specie e natura, e fu a tal punto per il passato orto borghese, che mal si piega oggi il socialista ad impiegarla. Ma qui non è che si voglia proporre una nuova terminologia di partito. Si vuol solo ricondurre il moto socialista ai suoi principî primi, alle sue origini storiche e psicologiche. Si vuol solo dimostrare come il socialismo, in ultima analisi, sia filosofia di libertà [1]

In tale prospettiva, un socialismo non dogmatico non può non incontrare, ad un certo punto della propria strada, il liberalismo, sempre che anche questo si sia messo in cammino e non pretenda di rimanere, per così dire, appeso alle proprie primitive realizzazioni. In altre parole – osserva Rosselli – il socialismo deve tendere a farsi liberale e il liberalismo a sostanziarsi di lotta proletaria. Solo su queste basi è possibile costruire un sistema in cui convivano la giustizia sociale e le libertà individuali.


L’impegno di Carlo Rosselli contro il fascismo e la diffusione in Italia del liberalsocialismo

Questa visione dell’incontro tra socialismo e liberalismo ha un riscontro e un corrispettivo nel Primo Manifesto del Liberalsocialismo che circola clandestinamente in Italia, qualche anno dopo l’assassinio di Carlo Rosselli e di suo fratello Nello, avvenuto nei pressi Bagnoles de l’Orne in Normandia, il 9 giugno del 1937, ad opera di sicari della Cagoule (cosiddetta dal copricapo usato dagli adepti per mascherare i loro delitti) – organizzazione di estrema destra francese – su mandato del regime fascista italiano. Appena quindici giorni prima, Carlo Rosselli era intervenuto alla commemorazione di Antonio Gramsci (1891- 27 aprile 1937) affermando: «Con la morte di Gramsci, l’umanità ha perso un pensatore di genio e la rivoluzione italiana il suo capo»
Allora, Carlo Rosselli era appena reduce a Parigi dalla guerra civile spagnola, al cui scoppio – prima ancora che il legittimo governo di Madrid accettasse l’arrivo delle brigate internazionali – egli era subito accorso in difesa dell’autonoma Repubblica di Catalogna e da Barcellona, il 13 novembre del ’36, aveva pronunciato alla radio il celebre discorso “Oggi in Spagna, domani in Italia”:

Compagni, fratelli, italiani, ascoltate. Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell'armata rivoluzionaria. Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli: ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana. formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano […]
Ascoltate, italiani. E' un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona. Un secolo fa, l'Italia schiava taceva e fremeva sotto il tallone dell'Austria, del Borbone, dei Savoia, dei preti. Ogni sforzo di liberazione veniva spietatamente represso. Coloro che non erano in prigione, venivano costretti all'esilio. Ma in esilio non rinunciarono alla lotta. Santarosa in Grecia, Garibaldi in America, Mazzini in Inghilterra, Pisacane in Francia, insieme a tanti altri, non potendo più lottare nel paese, lottarono per la libertà degli altri popoli, dimostrando al mondo che gli italiani erano degni di vivere liberi. Da quei sacrifici,da quegli esempi uscì consacrata la causa italiana. Gli italiani riacquistarono fiducia nelle loro forze.
Oggi una nuova tirannia, assai più feroce ed umiliante dell'antica, ci opprime. Non è più lo straniero che domina. Siamo noi che ci siamo lasciati mettere il piede sul collo da una minoranza faziosa, che utilizzando tutte le forze del privilegio tiene in ceppi la classe lavoratrice ed il pensiero italiani. […]

Il Primo Manifesto del Liberalsocialismo – dicevo – nacque tra il 1938 e il 1940, riassumendo i tanti dibattiti avvenuti tra gli intellettuali italiani, alcuni dei quali, professori universitari, nell’agosto del 1931, avevano giurato fedeltà al fascismo[2], tra i quali Piero Calamandrei e Guido Calogero, al quale spettò l’incarico di redigerlo. Apparso solo parzialmente nel 1944, il Primo Manifesto sarà pubblicato interamente solo nel 1945, unitamente al Secondo Manifesto che in realtà non è altro che una sintesi del Primo. Pur richiamandosi al socialismo liberale di Carlo Rosselli, senza mai citarlo, il documento se ne discosta nello spirito e nella lettera per almeno quattro motivi:

1)Non c’è alcun esplicito riferimento al fascismo.
2)Il socialismo è considerato un ideale, alla stregua del socialismo utopistico, respinto tanto da Marx che dallo stesso Carlo Rosselli.
3)Il socialismo liberale influenzò profondamente la storia del socialismo italiano, mentre per le parole dello stesso Guido Calogero, il liberalsocialismo fu «un movimento di opinione, una organizzazione per la propaganda ed il chiarimento delle idee».
4)Il socialismo, per Carlo Rosselli non incontra il liberalismo, ne è piuttosto il  suo erede concreto. [S E G U E ]

sergio magaldi



[1] Carlo Rosselli, Socialismo liberale e altri scritti a cura di John Rosselli, Einaudi, Torino, 1973, pp. 434-5.
[2] Pare che Giovanni Gentile rivendicasse la paternità del provvedimento. Per la verità solo in 12, tra i professori universitari, non firmarono il giuramento di fedeltà al fascismo, i più noti tra questi: Piero Sraffa e Gaetano De Sanctis. Tra loro non figurano docenti di storia contemporanea né socialisti. Tra i firmatari, oltre ai già citati Piero Calamandrei e Guido Calogero, molti i nomi illustri: Guido De Ruggiero, Adolfo Omodeo, Federico Chabod,  Arturo Carlo Jemolo, Luigi Einaudi, Concetto Marchesi e molti altri. Alcuni dei firmatari si giustificarono successivamente, adducendo motivi di famiglia, con la paura dell’indigenza che li avrebbe colpiti insieme ai loro figli. Liberali e comunisti pare siano stati indotti a firmare dall'assunto comune sia a Togliatti che a Benedetto Croce: firmare per non lasciare che i giovani fossero ‘avvelenati’ da altri docenti fascisti. I cattolici firmarono con la “riserva interiore” suggerita da Pio XI.

giovedì 25 aprile 2019

25 Aprile: il mio paese è l'Italia di Salvatore Quasimodo






Salvatore Quasimodo
Il mio paese è’ l’Italia


Più i giorni s’allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti.
La i campi di Polonia, la piana di Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, la i reticolati
per la quarantena d’Israele,
il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
la Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; la Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l’Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.


I SENTIERI DELL'ALBERO, Parte VI (XXVII)





SEGUE DA:







I sentieri dell’Albero della vita sono i rami che collegano tra loro i frutti sino alla sommità dell’albero e sono in tutto trentadue. I frutti altro non sono che le Sephiroth, dette anche ‘luci’ o ‘forme pure’ del molteplice. Sono 10 e rappresentano i numeri primordiali della creazione, perché per quanto si possa continuare a contare all’infinito non si troveranno che dieci numeri, anzi nove, essendo il 10 niente altro che la riproposizione dell’unità.

Si dispongono al centro, alla destra e alla sinistra dell’albero e ad ogni Sephirah  è attribuito un nome e un numero. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether  Corona o Altezza Superiore,  6 Tiphereth Armonia, Bellezza o Compassione,  9 Yesod  Fondamento, Generazione o Alleanza, 10 Malchuth  Regno o Esilio. Alla colonna di destra: 2 Chokmah  Sapienza o Principio, 4 Chesed Grazia o Misericordia, 7 Netzach  Eternità o Vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah  Intelligenza o Ritorno,  5 Gheburah  Potenza o Giudizio,  8 Hod Gloria o Splendore.

Esaminerò brevemente i sentieri che corrono tra le cinque Sephiroth cosiddette emotive. I sentieri partono dal basso e seguono idealmente le spire di un serpente che, ascendendo lungo l’Albero, poggia la coda su Malkuth, la decima Sephirah, il corpo su Yesod, Hod e Netzach e che con la lingua lambisce Tiphereth, la sesta Sephirah


Per leggere le lettere ebraiche occore scaricare il font Hebrew






                   Ventisettesimo   Sentiero 

                  j x n      d w h 
         
                    Netzach     Hod          
                     

  Il messaggio di Hod, nell’approssimarsi a Netzach, si colora di significati che richiamano la bellezza della natura ma anche la sostanziale unità del tutto e l’inesorabilità della Legge. Il tratto orizzontale del sentiero, infatti, evoca il senso del finito nel bel mezzo dell’infinito, l’alternarsi della vita e della morte nella manifestazione.

 La lettera del Sentiero è la Mem

                  m (40)


   Seconda lettera madre dell'alfabeto ebraico, la Mem  m è scritta nel suo ‘riempimento’ con la consonante che si ripete due volte:  \ m  una Mem aperta iniziale e una Mem  chiusa finale.

   Rabbi Aqiba dice che Dio, quando siede sul Trono di Gloria, si pone ai lati le due lettere e le riconcilia esclamando che il suo Regno ‘è chiamato’ per mezzo loro, allora l’intero firmamento si inginocchia al cospetto del Signore.

  C’è qui chiaro riferimento alle acque superiori e inferiori del “Genesi”.  \ y m  Maim significa acqua e si scrive con le due lettere separate da una Yud  y simbolo dello Spirito divino che le prende per mano e le riconcilia.

   Acqua di sorgente che scorre o fontana sigillata, la Mem aperta allude alla manifestazione di Dio mentre quella chiusa rimanda al mistero che è in Lui.

   La Mem è lettera iniziale di Met e di Maveth che significano morte, di Mum difetto o vizio e di Mamon denaro. Tutte inevitabili conseguenze della manifestazione: la morte, necessaria polarità della vita nella densità della materia, il vizio come conseguenza dell’incapacità di ‘asciugare le acque’ del desiderio e dell’egoismo, il denaro, spesso inteso come strumento di corruzione e unico fine dell’esistenza.

   La lettera del sentiero è una lettera di morte e di rinascita. Annuncia il ciclo naturale e biologico che ogni volta dilegua tra la matrice e la tomba e ogni volta riappare in forme diverse.

   Il tratto orizzontale dell’Albero della vita, che collega Hod a Netzach, simboleggia e ricapitola  le energie e la luce che dalle Sephiroth superiori giungono sino a Malchuth attraverso Yesod.

  Su questo sentiero, detto sentiero di Marte, c’è il tentativo di cogliere, attraverso il moto dei pianeti e delle stelle, il significato dell’Eimarméne o fato che domina il firmamento e la natura.



sergio magaldi

mercoledì 17 aprile 2019

La Juve di Allegri: una rondine non fa primavera




Alla vigilia di Juventus – Atletico Madrid, giudicavo improbabile la rimonta dei bianconeri per i seguenti motivi:

1)non ha un gioco riconoscibile
2)si basa sul difensivismo ad oltranza e sull’improvvisazione dei suoi tanti campioni per vincere in campionato, con punteggi spesso striminziti
3)ha trasformato un attaccante purosangue come Dybala in un mediano mediocre
4)continua a servirsi di De Sciglio,  sempre e comunque, valutando raramente altre opportunità nel ruolo (ora, per esempio, Cáceres)
5)non può disporre di Cuadrado, infortunato, e sempre determinante in passato nel gioco raramente offensivo della Juve
6)ha svenduto Higuain, né ha mai pensato di utilizzare Kean al posto dello scartato argentino
7)quasi mai ha impiegato Benatia, costringendolo a chiedere di essere ceduto
8)pensa che Ronaldo possa fare da solo reparto in attacco
9)corre meno dei suoi avversari europei
10)ha già subito tre sconfitte in Champions.

Aggiungevo tuttavia: “È chiaro, d’altra parte, che se la Juve riuscisse nell’impresa di passare il turno – come non posso che augurarle – allora le probabilità di vincere la Champions sarebbero altissime!”

La Juventus riusciva nell’impresa ed io non avevo difficoltà ad ammettere che Allegri si era finalmente messo alla guida di una Ferrari:

“Lasciata la Fiat 500 in garage, Allegri si mette alla guida della Ferrari e la Juve di Champions fa l’impresa eliminando l’Atletico Madrid con i goal di Ronaldo, qualificandosi per i quarti e proponendosi seriamente come una delle possibili candidate alla vittoria finale.

Costretta a segnare almeno tre goal per ribaltare la sconfitta di Madrid, la Juventus abbandona finalmente passaggi orizzontali e difensivismo ad oltranza, per verticalizzare e imporre  il proprio gioco dall’inizio alla fine della partita. Gli uomini, ieri notte, erano gli stessi di sempre, con qualche assente e qualche accortezza tattica in più, ma è la mentalità della squadra che è apparsa cambiata, a dimostrazione di quali siano le reali possibilità della Juve quando il suo gioco si dispiega in tutta la sua forza, dal portiere sino agli attaccanti, passando per i filtro di un centrocampo all’altezza della situazione, come ha dimostrato di essere quello visto in campo ieri a Torino.

I meriti di Allegri, questa volta, non si possono certo disconoscere, con la speranza che non torni più indietro, non si faccia prendere dalla nostalgia di tornare a guidare la 500, non si ostini nel far giocare calciatori poco in forma o addirittura feriti, come il Mandžukić di ieri notte, o che abbiano alternative credibili, come il De Sciglio disponibile nelle pause tra i ricorrenti infortuni”.

Cosa dire, ora, dopo l’eliminazione della Juve nei quarti, ad opera dei volonterosi ragazzi olandesi? Che una rondine non fa primavera, che la Juve non ha un terzino destro e che Cancelo impiegato ad Amsterdam in questo ruolo è stato determinante in negativo e che De Sciglio, utilizzato a Torino, non allineandosi con i compagni di difesa, ha provocato l’inizio della fine con il pareggio dell’Aiax, che mancavano Chiellini, Douglas Costa e anche Cuadrado, pure disponibile e abbastanza in forma ma non inserito incautamente nella lista Champions per un precedente infortunio, che non si può sperare di “ricreare” Dybala attaccante, dopo averlo impiegato per anni solo e saltuariamente come difensore-mediano, che con questa mentalità e con questo gioco – come ho detto più volte in altre occasioni – la Juventus non vincerà mai la Champions.
La questione più inquietante per i tifosi juventini, tuttavia, resta la dichiarazione di Andrea Agnelli – pure dimostratosi un grande dirigente – subito dopo la fine della partita: la riconferma di Allegri per il prossimo anno e per quelli successivi!

sergio magaldi




domenica 7 aprile 2019

I SENTIERI DELL' ALBERO, Parte V (XXVIII)




SEGUE DA:






I sentieri dell’Albero della vita sono i rami che collegano tra loro i frutti sino alla sommità dell’albero e sono in tutto trentadue. I frutti altro non sono che le Sephiroth, dette anche ‘luci’ o ‘forme pure’ del molteplice. Sono 10 e rappresentano i numeri primordiali della creazione, perché per quanto si possa continuare a contare all’infinito non si troveranno che dieci numeri, anzi nove, essendo il 10 niente altro che la riproposizione dell’unità.

Si dispongono al centro, alla destra e alla sinistra dell’albero e ad ogni Sephirah  è attribuito un nome e un numero. Alla colonna centrale appartengono: 1 Kether  Corona o Altezza Superiore,  6 Tiphereth Armonia, Bellezza o Compassione,  9 Yesod  Fondamento, Generazione o Alleanza, 10 Malchuth  Regno o Esilio. Alla colonna di destra: 2 Chokmah  Sapienza o Principio, 4 Chesed Grazia o Misericordia, 7 Netzach  Eternità o Vittoria. Alla colonna di sinistra: 3 Binah  Intelligenza o Ritorno,  5 Gheburah  Potenza o Giudizio,  8 Hod Gloria o Splendore.

Esaminerò brevemente i sentieri che corrono tra le cinque Sephiroth cosiddette emotive. I sentieri partono dal basso e seguono idealmente le spire di un serpente che, ascendendo lungo l’Albero, poggia la coda su Malkuth, la decima Sephirah, il corpo su Yesod, Hod e Netzach e che con la lingua lambisce Tiphereth, la sesta Sephirah


Per leggere le lettere ebraiche occore scaricare il font Hebrew

 

 

 VENTOTTESIMO SENTIERO



     j x n      d w s y

          Netzach        Yesod   
                                              

La lettera del sentiero è Samek
                

 Nona lettera semplice, Samek s nel suo ‘riempimento’ significa appoggiare, sostenere, e l’idea di sostegno al quale afferrarsi in caso di necessità è già presente nella sua forma grafica circolare ed è richiamata dal Salmo 144, 14: ‘Il Signore sostiene tutti coloro che cadono’.

 Il significato del cerchio è molteplice e contraddittorio: rappresenta il mondo e la totalità dell’Essere ma può indicare uno stato di chiusura mentale e di narcisismo. E’ il luogo ‘sacro’ e ideale in cui il saggio trasforma se stesso, ma è anche la dimora del mago che utilizza energie negative per modificare la realtà a proprio vantaggio.

   Il geroglifico egizio del serpente è assai simile all’ideogramma di questa lettera. Visto con gli occhi del “Genesi, il serpente attira l’uomo nelle spire della materia ed è causa della sua caduta e involuzione. Chi apprende a controllare il serpente, tuttavia, si pone sulla strada della conoscenza.

   La tradizione ebraica si sofferma soprattutto sui significati evolutivi e sacri della lettera. Lo spazio racchiuso nel perimetro è Israele, il suo centro è il Tabernacolo o il Tempio dove dimora la Shekinah o ‘divina presenza’, la cui ghematria è una metatesi di quella del serpente. Infatti, il valore numerico del serpente  c j n  Nakash  è 358, mentre quello della Shekinah  h n y c è 385, quasi a sottolineare  l’interdipendenza tra caduta dell’uomo e sostegno divino.

   Il sentiero che da Malchut sale a Yesod si caratterizza per la molteplicità delle forme fisiche che appaiono e scompaiono ad un ritmo che ricorda il ciclo di lunazione. Il sentiero che da Yesod conduce a Hod  sorprende per le forme eteree, dalla vita ancora più breve di quelle fisiche  ma dotate di potente energia.

   Nel sentiero che sale da Yesod a Netzach l’attenzione non si volge più alla creazione e alla distruzione delle forme ma allo spirito. L’ascesa è ardua perché non hai più il sostegno della densità e devi anche lasciare l’immaginazione magica, se vuoi che la Shekinah ti trovi e ti guidi lungo il cammino.  Come farai a riconoscerla? Perché la Shekinah non ha forma, è come la rugiada sul capo della sposa del Cantico dei Cantici, come la pietra di cui lo Zohar dice che è ‘il radicamento del mondo’. Non devi preoccuparti di cercarla: sarà lei a trovarti, se devi continuare nell’ascesa lungo l’Albero.


sergio magaldi